Schedatura di Stato INVALSI: nomi e cognomi degli studenti “disagiati”. E adesso?

E’ probabilmente sfuggito ai più che in queste settimane le scuole sono alle prese con una novità legata ai test INVALSI:  l’istituto di valutazione ha infatti introdotto i nuovi indicatori di fragilità individuali, che “supporteranno” le scuole nella “riduzione dei divari”, una delle missioni del PNRR. La novità riguarda potenzialmente tutte le scuole. Di fatto, si sta realizzando una profilazione di massa per “individuare precocemente gli studenti che maggiormente sono esposti ai rischi connessi all’insuccesso scolastico”. L’INVALSI sta inviando a tutti gli istituti “in ottica preventiva” i dati sulla fragilità/disagio (classificati con livello 1 o 2 o disagio potenziale) di ogni studente che abbia fallito i test. Il “bollino” si guadagna se si ricade nella coda dei peggiori nello svolgimento delle prove, il cui contenuto non è noto a nessuno, se non a colui che ha svolto il test e a coloro (chi sono?) che lo hanno corretto (semiautomaticamente). Solo per la matematica sono in arrivo circa un milione di “bollini di disagio”, ad altrettanti studenti. Cosa succederà? Il bollino di fragilità resterà nel loro curriculum scolastico? Influenzerà l’accesso all’Università? Cosa accadrebbe se i dati personali della supposta fragilità di apprendimento venissero utilizzati all’esterno delle scuole? Le famiglie i cui figli risulteranno schedati dall’INVALSI come potranno esercitare un controllo su questa sorta di “certificazione di disagio”? A ben vedere, gli studenti che ricevono la patente di disagio e fragilità di Stato, sono in larga percentuale appartenenti a precise categorie sociali. La schedatura INVALSI non è solo allarmante perché assegna un’etichetta individuale in funzione di una valutazione algoritmica non controllabile. È ancora più allarmante perché, nei fatti, si risolve in una classificazione dei poveri, etichettati in massa come “fragili” o “potenzialmente disagiati” e suddivisi nelle caste di livello “due”, “uno” o “zero”. In quale altra democrazia liberale, o in quale altro paese, si è realizzata una schedatura di massa di queste dimensioni? 

Tra il gran parlare di istruzione, merito e giornate della libertà, forse è sfuggito che in queste settimane le scuole sono alle prese con una novità legata ai test INVALSI: i nuovi indicatori di fragilità individuali, introdotti dall’istituto di valutazione.

In un recente editoriale, l’INVALSI informava che

“L’istituto [avrebbe fornito] a tutte le scuole, in ottica preventiva, strumenti e materiali per riconoscere gli alunni che manifestano segnali relativi a potenziali situazioni di disagio, fragilità e abbandono.”

D’altra parte, affermava il presidente INVALSI:

Già dal 2019 INVALSI ha messo a punto una misura a supporto dell’individuazione della fragilità negli apprendimenti, la cosiddetta dispersione scolastica implicita.”

Grazie a questa nuova misura, disponibile per ogni singolo allievo,  l’INVALSI dichiara di poter:

“individuare precocemente gli studenti che maggiormente sono esposti ai rischi connessi all’insuccesso scolastico,

Ma di quale supporto si parla e come verranno individuati gli studenti “disagiati” secondo l’INVALSI? Cosa sta succedendo in queste settimane nelle scuole?

 

1. L’occasione: il PNRR 

Bisogna fare un passo indietro nel giugno scorso, quando il Ministero dell’Istruzione (allora senza merito) stabilisce per decreto di assegnare a circa il 40% delle scuole (3198, per l’esattezza)  500 milioni di euro per progettare attività di prevenzione e contrasto della dispersione scolastica, in attuazione della corrispondente linea di investimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR),  rimandando a successivo decreto i dettagli sulle modalità di attuazione di tali attività.

A fine ottobre l’INVALSI rivolge una serie di seminari informativi (vedi qui) a dirigenti scolastici e collaboratori delle varie scuole italiane, per chiarire il suo ruolo nella faccenda.

 

Nella presentazione viene spiegato che l’Istituto restituirà alle scuole i cosiddetti livelli di fragilità di tutti gli studenti, uno per uno.

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Le scuole potranno scaricare i codici INVALSI e quindi convertirli in  nomi e cognomi di tutti gli studenti definiti “fragili”, classe per classe. Le indicazioni operative sono qui.

 

2. Quali sono gli studenti fragili e chi lo ha deciso?

 

Tutto ruota attorno ai test: italiano, matematica e inglese (per alcune classi), a partire dalla scuola primaria.

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Come spiegano le immagini, lo studente disagiato potenziale è colui che nel test raggiunge  i livelli 1 e 2. Per l’INVALSI, il livello 3 identificherebbe un rischio fragilità, mentre i livelli dal 4 in su, nessuna fragilità.

E il livello 0? Ci si domanda. Ma i livelli delle certificazioni delle competenze INVALSI non erano 5? In effetti deve essere cambiato qualcosa.

Troviamo traccia di questo nuovo livello in un comunicato sindacale della FLC CGIL (qui)  in cui si scrive, ad es. a proposito dei livelli di terza media italiano:

In base al tipo di item a cui lo studente ha risposto (e non ha risposto), viene assegnato a un livello di competenza, da Livello 1 (più basso) a Livello 5 (più alto). La scala costruita da INVALSI per la prova di Italiano si costruisce alla luce di quanto previsto nei traguardi di apprendimento delle Indicazioni nazionali per il curricolo. È previsto anche un Livello 0 che è riferito allo studente che non ha risposto correttamente ad alcun quesito

NB: Se la prova più prossima è precedente alla rilevazione del 2017/18 (e, quindi, ancora cartacea) si useranno i percentili anziché i livelli.

Insomma, la distinzione tra sommersi e salvati è stabilita dall’INVALSI: livelli di competenza o percentili, un livello in più, un livello in meno, la loro ampiezza.

In fondo, perché farsi domande, non essendo nemmeno a conoscenza delle domande dei test da cui ha origine questa  classificazione di Stato?

Il profilo allarmante è proprio questo.

Tutte le scuole possono raccogliere i nomi dei “fragili”; alcune, a partire da quei dati, progetteranno  attività aggiuntive, finanziate dal PNRR. Così si evince dall’editorale pubblicato sul sito dell’istituto e dal successivo comunicato sindacale della FLC CGIL di fine ottobre, in cui si menzionano i nuovi indicatori.

Per cercare di farsi un’idea di come INVALSI attribuisce il suo “voto”, immaginate vostro figlio, il vostro studente alle prese con i test.

Avrà 45 minuti a disposizione, se ha 7  anni, 75 minuti se ha 10 anni (prove in formato cartaceo, che l‘INVALSI rilascia anno dopo anno); se invece di anni ne ha 13 (scuole medie) o 15 o 18 (scuole secondarie di II grado), farà tutto online, 90 minuti per disciplina,  grazie ad un software specifico e  sotto l’attenta sorveglianza di un insegnante, tipicamente esterno alla classe. In quel caso nessuno avrà modo di vedere i contenuti del test che gli verranno somministrati. Bisognerà fidarsi dell’INVALSI.

Alla fine del test, l’Istituto collocherà lo studente, in base al punteggio ottenuto, entro uno dei livelli possibili della distribuzione delle risposte.  E’ come se l’INVALSI facesse a fette  la curva a campana che descrive gli esiti statistici del test. Lo studente che ricade nelle prime due fette (non importa se più lontano o vicino dalla soglia di salvezza!) sarà considerato uno studente potenzialmente disagiato.

Come è stabilita lasoglia tra un livello e un altro? E perché la distanza dalla soglia non conta nell’attribuzione del voto INVALSI (immaginate uno studente che si colloca tra il livello 2 e il livello 3, ma prossimo al livello di salvezza)? Non è dato sapere. Nelle documentazioni dell’istituto, la tipica risposta è che le tecniche statistiche adottate sono “in linea con le procedure di standard setting delle indagini internazionali“.

 

3. Un milione di studenti schedati come “disagiati” in matematica

Cerchiamo di fare un calcolo dei fragili, basandoci sui dati di cui siamo in possesso, visto che nulla è chiarito sui siti istituzionali. Possiamo farci un’ idea di quanti saranno gli studenti fragili secondo l’INVALSI considerando quanti sono quelli che  ogni anno svolgono i test e qual è la percentuale collocata nei livelli di disagio stabiliti sempre dall’INVALSI.

Leggiamo che le prove INVALSI 2022 hanno interessato 920.000 allievi della Scuola primaria,  circa 545.000 studenti della Scuola secondaria di primo grado e poco più di 953.000 di studenti della Scuola secondaria di secondo grado: un totale di circa 2,5 milioni di bambini e ragazzi.

A seconda della classe,  nell’ultimo rapporto l’INVALSI ricava percentuali davvero allarmanti.

Prendiamo in esame il disagio in matematica, ad esempio.

Leggiamo che:

  •  circa il 30% degli studenti delle scuole primarie risultano collocati nei livelli 1/2 in Matematica: circa 276 mila bambini con disagio matematico INVALSI.

Le cose peggiorano man mano che procediamo verso gli altri gradi scolastici.

  • si passa ad oltre il 40% in terza media: circa 228 mila ragazzi;
  • per arrivare a quasi il 50% nelle scuole secondarie di secondo grado: diciamo 470 mila studenti.

In totale, circa 970 mila studenti.

Stiamo dicendo che quasi un milione di studenti riceveranno il bollino di disagio INVALSI in matematica. 

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4. L’ennesimo indicatore statistico o la “gallina dalle uova d’oro”?

 

Potremmo ripetere il ragionamento e il calcolo della percentuale di studenti disagiati in tutte le discipline e in tutti i gradi scolastici coinvolti dai test. In questo modo otterremmo una stima del totale degli studenti a cui sarà recapitata la patente di studente fragile. Centinaia di migliaia di patenti INVALSI.

Quale messaggio veicola un simile risultato? Che la scuola non funziona, gli insegnanti non funzionano. Le loro valutazioni sono inaffidabili, essendo la percentuale di ammessi, anno dopo anno, nemmeno paragonabile a quella dei “dispersi impliciti”.

A ben vedere, per l’INVALSI, più che un indicatore statistico, l’indice di fragilità (la dispersione implicita) è la gallina dalle uova d’oro.

Si, perché per come è costruita la distribuzione statistica degli studenti rispetto al punteggio nelle prove, ci sarà sempre una percentuale di disagiati INVALSI, che occuperà le fette 1-2 della campana, anno dopo anno!

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Nella figura, presa da questa presentazione Invalsi, la curva a campana della distribuzione delle abilità degli studenti: gli studenti dei livelli zero (“iniziale”), uno e due sono schedati come “dispersi impliciti” o “fragili”.

 

Per un approfondimento della questione si rimanda, dopo opportuno dottorato in statistica e psicometria, alla lettura dei rapporti tecnici INVALSI. In rete se ne trovano alcuni (non i più recenti). Vedi qui, qui o qui, per cominciare.

 

5. Scenari (più o meno distopici)

La schedatura degli studenti fragili rappresenta un fatto senza precedenti. I nomi dei disagiati potenziali registrati  dall’INVALSI- in matematica, italiano e inglese – stanno circolando nelle scuole proprio in queste settimane.

Si dirà: si tratta di un indicatore interno, l’INVALSI non c’entra, fornisce solo “supporto”, le scuole useranno saggiamente i dati, che non avranno alcuna ricaduta sul percorso degli studenti. In fondo è un indicatore tra i tanti, che arricchisce il profilo dell’allievo e – aggiungiamo noi – corregge le valutazioni inaffidabili dei docenti.

Beh, è facile capire che non è proprio la stessa cosa essere schedati a propria insaputa (quando e chi ha deciso questo passaggio istituzionale?) da un algoritmo associato alle risposte date a un test standardizzato, rispetto a ricevere un voto da un insegnante in carne ed ossa o una valutazione finale da una commissione d’esame. Quella valutazione, per quanto imperfetta, sarebbe sempre contestabile e potrebbe essere di un confronto. Il livello di fragilità INVALSI, invece, è un esito associato al codice SIDI identificativo dello studente. Cosa ne sarà  di questo dato in futuro, è tutto da vedersi.

Per cominciare, le famiglie il cui figlio risultasse schedato dall’INVALSI, tra l’altro a loro insaputa (a meno che le scuole non decideranno di comunicarlo: è o non è un diritto delle famiglie essere informati delle valutazioni del proprio figlio?),  stavolta non avranno  colloqui da prenotare, mail di chiarimento da scrivere o incontri con i docenti per capire. No. Perché gli insegnanti per primi, non conoscendo la prova svolta dai loro studenti, non sarebbero in grado di argomentare alcunché.

Magari uno studente con disagio matematico a livello 1 (la stessa dizione è  usata qui), che quel giorno ha svolto la prova INVALSI un po’ allegramente, ha anche un buon voto in matematica. Quale conterà di più? Sarà o non sarà un “sorvegliato speciale” INVALSI perché classificato come fragile dall’algoritmo di Stato?

Cosa succederà a questi studenti? Il bollino di fragilità resterà nel loro curriculum scolastico dalla scuola elementare all’Università? Come influirà sul loro percorso di studi? Cosa accadrebbe se i dati personali riguardo alla supposta fragilità di apprendimento venissero utilizzati all’esterno delle scuole?

Non c’è risposta a questi interrogativi. In mancanza di indicazioni istituzionali non possiamo far altro che ipotizzare alcuni scenari.

 

  • Commissariamento scuole inefficaci

In molti penseranno: finalmente si assegnano alle scuole in difficoltà dei fondi per affrontarle! i finanziamenti a pioggia non funzionano. E’ giusto dare di più a chi ha di meno!

In realtà, le cose non stanno proprio così. Innanzitutto i dati dei fragili sono inviati a tutte le scuole “in ottica preventiva” (perché?). In secondo luogo, quei finanziamenti che le scuole si sono viste assegnare (Missione 1.4 PNRR, Riduzione dei divari) sulla base degli indicatori INVALSI potrebbero rivelarsi un dono avvelenato.

Il primo punto da sollevare è di tipo politico: il PNRR inaugura una distribuzione di fondi alle istituzioni scolastiche in funzione del risultato nei punteggi dei test standardizzati. Istituzionalizzare il legame risultati nei test/finanziamenti è quanto mai rischioso. Esistono casi illustri di sistemi scolastici che lo hanno fatto,  la cui storia è nota (suggeriamo di leggere la recente ricostruzione storica di Andrea Mariuzzo qui).

Nel caso italiano, le 4 scuole su 10 assegnatarie di fondi PNRR, saranno chiamate a progettare, con una tempistica stringente, le azioni che dovranno condurle ad un miglioramento misurabile, evidentemente dei risultati ai test.

blankDovranno sottoscrivere un “atto d’obbligo” (mai nome più appropriato), con cui si impegnano a realizzare attività per le quali saranno sottoposte ad un monitoraggio e una valutazione continua, con cadenza trimestrale.
Cosa succederà ad un istituto che non riuscirà a migliorare quantitativamente i suoi risultati? Il decreto sulla Governance del PNRR (77 del 2021) lo chiarisce (art. 12, comma 3). In caso di inerzia o inadempienza da parte del “soggetto attuatore” (la scuola), entra in gioco il potere sostitutivo del Ministero di competenza.

Come dire: la scuola che fallisse nel migliorare i punteggi dei test, potrebbe diventare oggetto di attenzioni particolari. Un commissariamento, un mutamento più o meno forzato dei curricoli, l’intervento di attori esterni, le ovvie conseguenze sulla valutazione dell’istituto e del dirigente, ulteriori conseguenze sulla neo-nata carriera docenti.

Daniele Checchi, in un recente intervento si domandava:

“in altri Paesi la classificazione di “scuola di insuccesso” […] produce normalmente interventi didattici, che partono dall’invio di ispettori, possono proseguire con la rimozione del dirigente e possono culminare con la chiusura della scuola e/o la sua trasformazione istituzionale in partnership pubblico-privato (charter schools, academies). Nulla del genere è stato previsto nel contesto italiano.”

Forse, grazie al PNRR, adesso ci stiamo arrivando.

 

  • Via libera al teaching to the test (pagato coi fondi PNRR)

Cosa c’è di meglio di un sano ed intensivo allenamento, per incrementare rapidamente i punteggi di un test a risposte chiuse?  La rete pullula di proposte formative o editoriali,  di palestre digitali, di corsi online per addestrars … ops … per “familiarizzare con le prove“.

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Basterà mettere al lavoro gli studenti con disagio INVALSI! Poco importa se ciò che impareranno sarà impoverito o troppo focalizzato sul contenuto dei test. Il bollino di fragilità INVALSI è un dato oggettivo, che le scuole ora non possono più ignorare.

 

  • Arrivano i soldi, arrivano società e soluzioni chiavi in mano!

Le scuole alle prese con la gestione dei fondi e dei progetti legati al PNRR sono in enorme difficoltà. Il personale amministrativo, sottodimensionato e oberato da incombenze crescenti nel corso degli anni, è allo stremo. Le tempistiche militari della progettazione e rendicontazione, il mancato investimento in personale ad hoc per attività di ampliamento educativo, costituiranno un’occasione d’oro per società private o attori esterni pronti a fornire soluzioni “a tutto tondo per il dirigente e il suo team” per raggiungere i milestones e i target imposti. Vedi ad esempio qui o qui.

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  • Siamo una Nazione liberale o la Corea del Nord?

Veniamo ora al punto più importante.

Domandiamoci: in quale stato liberale un algoritmo centralizzato, i cui criteri di funzionamento, nelle mani di un ristretto gruppo di esperti (gli statistici INVALSI), sono  opachi e non riproducibili,  può permettersi di assegnare un bollino rosso a centinaia di migliaia di studenti?

Siamo davanti ad una profilazione individuale non richiesta di potenziali problemi di apprendimento del singolo studente, per di più fondata su contenuti non pubblici (i test computerizzati) dunque non contestabili o verificabili dal cittadino.

Le famiglie devono essere consapevoli di questo e presentare una richiesta di accesso civico generalizzato per entrare nel merito della valutazione ricevuta dal proprio figlio.

Qual è la posizione del Garante dell’Infanzia sulla nuova schedatura INVALSI, che tocca proprio bambini e adolescenti?

Qual è la posizione delle associazioni del settore scuola, dei pedagogisti e degli educatori?

 

Chiudiamo, con un’ultima osservazione. Gli studenti che ricevono la patente di disagio e fragilità di Stato, sono in larga percentuale studenti appartenenti a precise categorie sociali.  La retorica istituzionale INVALSI, che si dichiara attenta ai divari, all’inclusione e alla povertà educativa, fa fatica ad esprimerlo con chiarezza.

Allora lo facciamo noi:  la schedatura INVALSI non è solo allarmante perché assegna un’etichetta individuale in funzione di una valutazione algoritmica non controllabile. È ancora più allarmante perché, nei fatti, si risolve in una schedatura dei poveri, etichettati in massa come “fragili” o “potenzialmente disagiati” e suddivisi nelle caste di livello “due”, “uno” o “zero”.

 

 


L’immagine di copertina è tratta da qui.

 

Schedatura di Stato INVALSI: nomi e cognomi degli studenti “disagiati”. E adesso?