Ci vogliono due Ministeri dell’istruzione, uno serve per riformare gli istituti tecnici: “C’è bisogno di professioni adeguate per essere nell’economia mondiale”. INTERVISTA a Valerio Ricciardelli

“Servono gli Stati Generali della scuola. La scuola è l’istituzione più importante del nostro Paese, è un sistema estremamente complesso ed è la fabbrica del futuro. Se non investiamo sulla scuola, e non solo in termini economici, su che cosa investiamo? La verità è che abbiamo un ministero dell’istruzione che in ordine di importanza è considerato tra gli ultimi della lista. E invece, per l’importanza dell’istituzione scolastica, dovrebbe essere il primo”.

Valerio Ricciardelli di scuola ne sa. Come tutti, nei giorni della formazione del nuovo governo, ha atteso di conoscere il nome del nuovo ministro dell’Istruzione, con la frenesia di chi è cosciente che la scuola italiana avrebbe bisogno di una urgente e massiva messa a punto.

“In quei giorni – prosegue Ricciardelli – nei vari dibattiti sui media, nessuno parlava del futuro ministro dell’istruzione,  poi qualche rivista come la vostra, Orizzonte Scuola, ha iniziato a fare il nome di Valditara. Segnalo che di scuola e di istruzione, in modo strategico, tranne che nel governo Draghi, non si parla da tempo. Con il primo governo Conte abbiamo toccato il punto più basso”.

Allora, in assenza di dibattiti mi son detto: vuoi vedere che si sono dimenticati del Ministero dell’Istruzione? Poi è stato nominato Valditara, com’era largamente previsto, e mi son detto: questo ministro un po’ la scuola la conosce. Ma è un giurista. Il paradosso è che al ministero c’è una grande quantità di laureati in legge. Ma la scuola ha bisogno soprattutto di competenze diverse. Inoltre, non ci sono più gli uffici scuola dei partiti con le competenze di un tempo, e di conseguenza è difficile che la politica possa indirizzare una visione di scuola coerente con quanto serve al Paese. Non essendoci le competenze per capire la funzione strategica del sistema scolastico, con tutte le ripercussioni di carattere economico e sociale, è anche difficile creare la sensibilità istituzionale che il ministero dell’Istruzione dovrebbe essere tra i ministeri più importanti, se non il ministero più importante del governo. Quando si parla di scuola, in genere si parla di graduatorie, di precariato, ma queste cose pur importanti concernono la parte contrattuale dei rapporti di lavoro con il personale. Ma chi parla di innovazione, di sviluppo, di didattica, di strategie e metodi di apprendimento, degli indicatori prestazionali che da tempo ci collocano nelle ultime graduatorie dei paesi OCSE? Sono questi ultimi i processi fondamentali di cui si deve occupare la scuola.

Nessuno ne parla perché scarseggiano le competenze. Prevalgono nel ministero le competenze di carattere giuridico, per l’eccesso e le priorità lavorative di ordine prevalentemente burocratico. Non si discute sull’importanza delle faccende burocratiche, ma non possono essere prioritarie alle attività dei processi scolastici fondamentali. Nelle aziende la dimensione amministrativa burocratica, anche quella che genera valore, non rappresenta la parte preponderante di cui occuparsi per far funzionare l’impresa; della parte contrattuale se ne occupa la funzione del personale, dopo di che l’azienda per quanto concerne le altre attività – innovazione, sviluppo,  nuove strategie e altro – ha gli uffici preposti per occuparsene secondo i criteri della catena del valore. Chi si occupa delle nuove strategie a scuola?”. Ricciardelli batte da anni su un punto fondamentale: il rilancio dell’istruzione tecnica, che negli anni Sessanta è stata fondamentale per generare quello che è stato chiamato “il miracolo economico italiano”. Siccome oggi abbiamo bisogno di un nuovo e urgente miracolo economico, allora è necessario rilanciare l’istruzione tecnica.

Valerio Ricciardelli, oggi 68 anni, ha sempre avuto un occhio di interesse verso la scuola. A 17 anni si accorge che l’istruzione tecnica non funziona e i programmi “ce li facevamo noi perché avevamo capito che la scuola non era adeguata ai tempi”. Avevano un giovane docente, “aggiunge – che ci sosteneva in questa autogestione. E così abbiamo scritto il nuovo programma e le nuove dispense di elettronica, costruito sui dispositivi a semiconduttori, quando i libri di testo e i programmi ministeriali prevedevano ancora i vecchi dispositivi a valvole”.

Ma chi è Valerio Ricciardelli? Lo studioso si diploma perito elettronico nel 1973 presso l’Istituto Tecnico Feltrinelli di Milano. Si laurea in ingegneria elettronica, indirizzo sistemi automatici al Politecnico di Milano. Le prime esperienze lavorative sono nel campo della progettazione dei sistemi di controllo di tensione degli alternatori delle centrali termiche.

Nello stesso periodo, per nove anni, è anche docente di elettronica industriale presso l’Istituto tecnico salesiano serale di Sesto S. Giovanni, dove anche in quella occasione deve mediare tra i programmi ministeriali obsoleti e le impellenti esigenze imposte dall’evoluzione delle tecnologie. Contemporaneamente inizia la sua attività presso la società Festo, la filiale italiana, di un importante gruppo tedesco, leader mondiale nella componentistica per l’automazione industriale e nel campo della didattica per le professioni tecniche, nonché partner del governo tedesco per la costruzione del cosiddetto modello duale della formazione professionale. Successivamente diventa direttore generale e amministratore delegato di una nuova società del gruppo, la Festo CTE (Consulting-Training-Education) che comprende anche una delle più importanti scuole di Industrial management in Italia. Dirige una attività prevalentemente rivolta alla consulenza aziendale e alla formazione delle professioni tecniche delle aziende del settore manifatturiero, contribuendo alla creazione di una nuova cultura industriale a seguito degli importanti cambiamenti organizzativi.

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, ha travasato l’esperienza raccolta dall’operare nei più diversificati settori industriali nelle prime iniziative di formazione applicata superiore (formazione post-diploma), anche promuovendo i primi progetti trasnazionali, introducendo i concetti di certificazione delle competenze secondo standard internazionali.

Ha terminato la sua attività professionale nella posizione di Vice President del gruppo internazionale, per il settore della Global Education, occupandosi prevalentemente della consulenza di grossi progetti internazionali, rivolti anche a governi di paesi in via di sviluppo, per la progettazione e realizzazione di sistemi TVET, intendendo con questo termine tutte le forme e livelli di istruzione e formazione che forniscono conoscenze e abilità relative alle occupazioni in vari settori della vita economica e sociale attraverso metodi di apprendimento formale e non formale in contesti di apprendimento sia in ambito scolastico che lavorativo.

Ha partecipato a varie iniziative di carattere internazionale, tra cui istituzioni afferenti alla Banca Mondiale, a Unesco, Fondazione Adenauer, come esperto di politiche di Education finalizzate all’Employability (E4E). Si è occupato anche di ROI on Education, lo strumento per misurare che gli investimenti nell’istruzione e formazione non siano debito cattivo. È stato relatore in diversi convegni internazionali e nazionali e in questi ultimi trattando prevalentemente l’argomento: una nuova formazione tecnica per il rilancio del Paese. È maestro del lavoro su nomina del Presidente della Repubblica Napolitano. Data, anche la conoscenza diretta dei piccoli paesi di montagna, a rischio chiusura delle scuole elementari, ha promosso e coordinato un convegno regionale in Lombardia dal titolo: Piccole Scuole per fare grande un Paese. È stato presidente di un consiglio di Istituto, e si è occupato spesso di iniziative di orientamento al lavoro.

L’esperienza e la competenza acquisita, derivante anche dall’organizzazione e gestione di sistemi complessi, racchiude una visione chiara su come l’istruzione e la formazione tecnica, nei suoi tre livelli: low, medium, high, possano essere per il nostro Paese una leva strategica per fare crescita economica e sociale immediata e sostenibile e prevenzione alla migrazione economica.

Per tale ragione, quella che lui chiama la Technical Education e in generale l’Education non può più essere vista in modo verticale, senza nessun legame con lEconomy e lEmployability.

Pertanto, secondo lui, “la visione si deve centrare sulle cosiddette tre E: Education- Economy-Employability, che significa riprogettare il sistema scolastico, a partire dall’istruzione tecnica, secondo un approccio sistemico, dove ogni scelta didattica o scolastica è coerente con il sistema economico globale e con gli effetti occupazionali. Per tutte queste ragioni, e per la scarsa sensibilità e conoscenza della politica (tutta) si suggerisce l’attivazione degli stati generali della scuola, con un focus particolare sull’istruzione tecnica. Supponendo che non lo si faccia, l’idea più percorribile potrebbe essere la scrittura di un libro bianco che indichi: Come l’istruzione tecnica possa essere una leva strategica per fare crescita economica e occupazionale immediate e sostenibili, e con la definizione di tutte le grammatiche necessaria per costruire, da una visione chiara di quale scuola ha bisogno il nostro Paese, tutto il sistema scolastico che ne consegue, in tutti i suoi dettagli organizzativi, tecnici ed economici”

Dottor Valerio Ricciardelli, torniamo a noi, chi si occupa di strategia scolastica e dei destini dell’istruzione tecnica?

“Io scrivo da uomo che grida nel deserto, sull’istruzione tecnica. L’istruzione tecnica è oggi la leva strategica per fare crescita economica sostenibile immediata e crescita occupazionale sostenibile immediata. Noi viviamo una situazione paradossale, non capiamo che l’economia mondiale si basa sul manifacturing,, con diverse sfaccettature, e interconnesso con il settore dei servizi avanzati e che il manufacturing ha bisogno di professioni adeguate e quindi l’istruzione tecnica high profile, medium profile e low profile deve offrire quei saperi fondamentali che servono per creare le competenze di cui ha bisogno il sistema Paese. Ora un limite strutturale è che abbiamo un unico ministero per la scuola, mentre in molti altri paesi ce ne sono almeno due: quello per la scuola e un altro per l’istruzione tecnica. Un conto è occuparsi dei licei e delle elementari dove l’ambito di riferimento è di un certo tipo, un conto è occuparsi di istruzione tecnica; sono due mondi completamente diversi. Nell’ambito dell’istruzione tecnica occorre ragionare in quella che io chiamo la filiera delle tre E: Education Economy, Employability. Vorrei fare osservare che le politiche di impiegabilità, l’Employability, in altri paesi ci sono da più di 20 anni.

È evidente che oggi l’istruzione tecnica ha bisogno di una politica scolastica completamente diversa dalla politica scolastica liceale ma il problema dov’è? In chi deve fare le politiche scolastiche non ci sono tutte le competenze e le grammatiche per occuparsi di queste cose. Non ci sono criteri per ridefinire i curricula scolastici della formal education, anche in funzione dell’offerta della unformal education. Non c’è nessun criterio per aggiornare le discipline. Si va avanti con quella che si chiama la manutenzione dell’esistente. Non c’è una riflessione in cui si dice: il mercato delle aziende ha queste necessità, anche perché oggi analizzare il mondo delle aziende non è una cosa semplice, quindi si assiste al solito vecchio paradigma: le aziende devono chiedere alle scuole di cosa esse hanno bisogno, ma questo è paradossale. Innanzitutto le aziende non possono più essere viste come entità singole, ma l’unità di osservazione è quella che è chiamata la supply chain dell’azienda, che comprende la sua catena allargata di fornitori e clienti. Poi le aziende manifatturiere italiane sono per il 99 percento piccole e medie imprese e non hanno le competenze per guardare il futuro nell’orizzonte temporale scolastico”.

Un bel problema

“Le scuole lavorano su un orizzonte temporale di 5 anni. L’azienda ti dice: domani mattina ho bisogno di un tecnico. Ma la scuola non può avere il compito di darti un tecnico domattina, la scuola ha una missione diversa. Quindi, tra le aziende e la scuola ci dev’essere un interlocutore che riesca a individuare i bisogni delle aziende in una prospettiva di lungo periodo, e che li trasferisca in un linguaggio comprensibile alla scuola per costruire e adeguare la sua offerta formativa. Tutto ciò richiede l’uso di specifiche grammatiche. Faccio un esempio: io ho seguito le riforme scolastiche in parecchi paesi, specie sull’istruzione e formazione tecnica, con l’obiettivo di ridefinire o aggiornare il loro sistema TVET, ossia il sistema del Technical and Vocational Education and Training. Ma quando quei governi costruiscono o adeguano il loro sistema scolastico seguono un flusso logico, diremmo una grammatica, partendo dai settori industriali di maggior crescita e sulla base di una loro visione economica, che risponde a dove vogliono andare, riescono a capire quali sono i saperi e quindi le competenze e infine le professioni di cui hanno bisogno. Definiti i profili professionali e le competenze si progettano poi le offerte formative e conseguentemente tutto il sistema organizzativo. Di norma poi si identifica la formal education , quella parte dell’offerta formativa istituzionale e la si distingue dalla unformal education che è quell’offerta formativa più specialistica e mutevole che viene erogata da istituzioni formative generalmente private. C’è tutta una grammatica che si deve applicare per costruire questi sistemi TVET, in tutti i loro dettagli. Il problema è che in Italia non ho mai visto applicare queste grammatiche”.

Perché?

“In Italia solitamente si organizzano delle commissioni di esperti, ma non si comprendono i criteri con cui si scelgono gli esperti, perché non si sanno o non sono definite a monte le expertises di cui si ha bisogno e alla fine gli esperti si mettono davanti a un tavolo e scrivono dei documenti senza che sia stato definito a monte un protocollo di dettaglio del documento da produrre. È tutto in autogestione. Per esempio: si devono definire o riaggiornare i curricula dell’istruzione tecnica perché ce n’è necessità, bene: come si fa? Quale grammatica si applica? Chi sono gli esperti, che curriculum hanno e sulla base di quale expertise sono scelti?”

Come si fa?

“La ridefinizione o l’aggiornamento dei curricula, con la ridefinizione delle metodologie e degli strumenti didattici, rientra nel macroprocesso della progettazione formativa. Anche solo se si applicassero le procedure dei sistemi di qualità, bisognerebbe che fosse definito il capitolato delle cose da fare e come farle. Ma servono competenze specifiche e quindi una grammatica per scrivere il capitolato. Poi occorre cercare le persone che siano in grado di fare il lavoro indicato nel capitolato. Niente di speciale, questa metodologia di lavoro rientra nella consuetudine di tutte le attività lavorative che si fanno nelle organizzazioni. Non si capisce perché nella scuola che dovrebbe insegnare il metodo e le grammatiche, non si applicano né il metodo né le grammatiche”.

Perché non esiste?

“Perché oggi la scuola, specie quella tecnica, è un sistema di erogazione di contenuti disciplinari. Siamo sicuri che i saperi che si insegnano oggi serviranno ai giovani, tra cinque anni, per costruire le competenze di base necessarie alla loro employability? Farei un’altra domanda: chi sono coloro che devono definire o aggiornare le nuove materie scolastiche e che competenze hanno per assumere una responsabilità così importante? E’ necessario che all’interno del mondo della scuola ci siano persone capaci di interpretare la situazione economica del Paese nelle sue tante sfaccettature, e nel caso di istruzione tecnica comprendere bene il mondo del manufacturing allargato ai servizi avanzati: ricordiamoci che l’Italia è il secondo Paese manifatturiero dopo la Germania. E allora servono le competenze di chi sa costruire un modello rappresentativo del sistema delle aziende, conoscere le professioni tecniche di cui ha bisogno questo mondo e la loro tendenza di evoluzione e quindi quali competenze e saperi tecnici servano per formare queste professioni. E ancora di più serve sapere quant’è la vita media di questi saperi tecnici, quanto tempo impiegano per diventare obsoleti. Perché un conto è aggiornare le discipline di storia, filosofia, matematica, un altro conto è aggiornare le discipline tecniche che mutano con una velocità enorme per effetto delle innovazioni tecnologiche e dei cambiamenti organizzativi. E allora tutto questo per dire che il mondo della scuola in generale ma soprattutto il mondo dell’istruzione tecnica ha bisogno di esser completamente ripensato e rifocalizzato usando delle metodologie strutturate che altro non sono che le grammatiche, ossia dei manuali di metodo, procedure e contenuti, per costruire la nuova istruzione tecnica di cui ha bisogno il Paese. Oggi, questa riflessione manca totalmente. Su Orizzonte Scuola ho letto un articolo in cui parlavate del progetto di formazione dei formatori: mi ha colpito che l’attività dovrà essere realizzata dall’università  o da enti autorizzati dal Miur. Allora mi faccio una domanda: siccome l’istruzione tecnica, che pesa ancora in maniera significativa per una percentuale del 30 percento sull’istruzione superiore, qual è la ragione per cui l’università avrebbe le competenze per fare la formazione dei formatori delle scuole tecniche?  Faccio un’altra domanda: le aziende italiane del manufacturing che fanno formazione per il loro personale utilizzano le università per formare il proprio personale? Potrei fare la stessa domanda per le aziende tedesche”

Qual è la risposta?

“No. Nella maniera più assoluta. Le università fanno un altro mestiere.

La formazione per il personale delle aziende, che molte volte è anche legata ad importanti cambiamenti organizzativi, viene fatta da società di consulenza e formazione di alto profilo, che conoscono i settori economici, che sono in grado di agire sui cambiamenti organizzativi, e di implementare politiche più innovative di sviluppo delle risorse umane. Quindi la formazione nel mondo delle imprese non è erogazione di contenuti, è una cosa molto più complessa. Nel mondo della scuola rimaniamo invece ancorati al vecchio paradigma dove l’istruzione è erogazione di contenuti. Ma l’istruzione e la formazione che servono non sono erogazione di contenuti. Ci sono almeno quattro dimensioni della formazione da considerare. La prima è la parte contenutistica, disciplinare, anche metodologica, la parte di competenza del professore della disciplina, ma il sapere della disciplina, che deve sempre essere aggiornato, non è fine a sé stesso ma serve per creare le competenze e quindi i mattoncini che poi necessitano per costruire i mestieri o comunque quella capacità di operare nei contesti lavorativi. Qui il focus è sulla risorsa umana, sui mestieri. Ma le competenze in sé devono poi essere applicate e ciò avviene nei contesti lavorativi dove si esercita la professione. Nel settore del manufacturing lapplicazione delle competenze avviene nelle aziende e quindi nei processi aziendali, per cui l’applicazione delle competenze altro non è che il processo di trasformazione della competenza in performance, in prestazione, con l’obiettivo del buon funzionamento dell’organizzazione. Questa terza dimensione ha una grammatica tutta sua, dove si applica il linguaggio delle prestazioni, dei risultati: non dimentichiamo che le aziende non remunerano le competenze, le aziende remunerano le prestazioni. Non serve all’azienda che tu sappia tutto, serve che tu sappia fare quello di cui ha bisogno. La quarta dimensione è che le prestazioni nei vari processi devono concorrere al raggiungimento degli obiettivi complessivi dell’organizzazione in cui si è inseriti: può essere un’azienda, un ente, una scuola, un ospedale, e altro. Se lei deve fare il medico deve avere la conoscenza delle discipline, che si devono trasformare in competenze, per poi saperle applicare nello svolgimento del mestiere ottenendo delle buone prestazioni mediche. Se fa il manutentore deve avere le competenze del mestiere che però deve applicare con buone prestazioni nel processo manutentivo, concorrendo al buon funzionamento dell’intero sistema aziendale. Se invece l’istruzione si ferma all’erogazione dei contenuti, allora non si è capito nulla. Faccio un esempio. I contenuti potrebbero essere l’equivalente di un principio attivo di un farmaco. Il problema è che la funzione d’uso del farmaco non è solo nel principio attivo, ma dipende anche dalla posologia, dalla somministrazione e da tanti altri fattori. La funzione d’uso è l’equivalente delle competenze. Ecco perché dico che l’istruzione deve avere un flusso”. logico che tiene assieme le sue diverse componenti. Tutte queste cose sono oggetto di una grammatica”. 

Perché questo non si fa?

“Non si è compreso che serve una riflessione e per farla servirebbero gli Stati generali della scuola e dell’istruzione tecnica per uscire dall’autoreferenzialità. Ci vuole un evento equivalente al focus sull’economia di Cernobbio dove il focus dovrebbe essere in generale sulla scuola e in particolare sull’istruzione tecnica o laddove non si riuscisse è necessario scrivere un libro bianco sulla scuola e sull’istruzione tecnica. Viviamo in un contesto generale dove la politica non è in grado di andare oltre una minima manutenzione dell’esistente, in un mondo invece che avrebbe bisogno di grandi e coraggiose innovazioni. Proviamo a stendere la lista di chi è in grado di occuparsi con competenza e per quello che serve, di scuola e di istruzione tecnica. L’unico che ha sollevato un campanello di allarme è stato Prodi, il 17 gennaio del 2016, dove ha detto che se non ci sarà una politica che va nella direzione descritta le aziende non troverebbero più i tecnici di cui hanno bisogno e sarebbero destinate a chiudere. Infatti, che cosa sta succedendo? Che le aziende non trovano i tecnici. Dopo la disaffezione è sopraggiunto il rifiuto dell’istruzione tecnica, frutto di gravi difetti nell’orientamento, fatto in modo improprio e di un’offerta formativa non attrattiva. Poi se le uniche riflessioni di cui ci si occupa, sono solo sulla manutenzione dell’esistente e non c’è nessuna idea su un forte e coraggioso rilancio dell’istruzione tecnica, allora è perché mancano le competenze. Non si può’ non considerare l’education senza guardare in maniera, anche strabica ,da un lato l’economia e dall’altra l’impiegabilità: se lei va a vedere chi si è occupato prevalentemente di queste cose, troverà le società di lavoro interinale. Noi abbiamo bisogno di creare employability stabile, duratura e non precaria. Per la riforma appena approvata si sono inventati un osservatorio fatto di esperti che dovrebbe osservare la messa a punto dell’iniziativa, ma chi sono questi esperti, come sono scelti e cosa osservano? Abbiamo in mano un sistema molto complesso che è la scuola e che è la fabbrica del futuro dei nostri giovani e quindi del Paese. Se non investiamo sulla scuola su che cosa investiamo? Se si leggono i rapporti Ocse sull’education e si va a vedere dov’è messa l’Italia si vede che è agli ultimi posti. Allora diamoci almeno l’obiettivo di risalire qualche posizione. Ma chi legge questi rapporti? Poi è vero che abbiamo delle eccezioni con bravissimi docenti e bravissimi dirigenti, ma la sommatoria delle eccezioni positive non fa un sistema funzionante. Allora la domanda è perché non si fa?”.

Ancora una volta: perché non si fa?

“Perché non ci sono le competenze, e nemmeno si fa del benchmarking con dei paesi virtuosi, che sarebbe una iniziativa a costo zero. Se ci fossero le competenze nei partiti, capirebbero che il ministero dell’Istruzione dovrebbe essere il ministero più importante, ma se non c’è questa sensibilità non succede nulla. E’ tutto molto semplice, la domanda che uno si fa è: quando si parla di scuola si parla di graduatorie, precariato, che fa parte della parte contrattuale, ma chi parla di studenti, di innovazione, di nuove strategie e metodi di apprendimento, di miglioramento delle performance prestazionali del sistema scolastico, ecc.? Nessuno, perché non ci sono le competenze. Prevalgono nei decision maker le lauree di carattere giuridico, perché i bisogni lavorativi sono prevalentemente di carattere burocratico. Cosa importante, ma come già detto non è che in un’azienda la burocrazia rappresenti la parte preponderante : la parte contrattuale la fa il direttore del personale dopo di che l’azienda per quanto concerne le altre attività ha gli uffici responsabili per farle funzionare: innovazione, sviluppo,  nuove strategie. E ripeto: chi si occupa delle nuove strategie a scuola?”

Intanto stanno piovendo sulle scuole i soldi del Pnrr…

Il paradosso del debito buono potrebbe essere la sintesi di tutto quanto ho detto. Arriveranno i soldi del Pnrr con l’invito e la speranza che siano spesi in debito buono. E se non fossero spesi in debito buono cosa succede? Ma non si governa un sistema con gli inviti e la speranza. Ci devono essere dei criteri ben definiti per stabilire cosa sia debito buono o non buono, altrimenti ci saranno perlomeno sprechi. Nell’ambito dell’education, negli altri Paesi i criteri sono assodati: il ritorno degli investimenti sull’Education è l’indicatore chiave per la concessione dei contributi ed è misurato con il ROI, il Return On Investment in Education, di cui è disponibile un’ampia letteratura. Perché non si usa? E perché non si cerca di imparare dagli altri?”.

Ci vogliono due Ministeri dell’istruzione, uno serve per riformare gli istituti tecnici: “C’è bisogno di professioni adeguate per essere nell’economia mondiale”. INTERVISTA a Valerio Ricciardelli – Orizzonte Scuola Notizie