Carlo d’Inghilterra: un manifesto per la terra “Come riportare l’uomo al centro”

Eccoci qui, il Principe Carlo d’Inghilterra ed io, in un pomeriggio di pioggia davanti al caminetto acceso nella sua residenza di Highgrove House, una tenuta condotta in rigoroso regime biologico. L’incontro è una nuova tappa di un rapporto fatto di obiettivi condivisi e che era culminato nel 2004 nel suo discorso a Terra Madre: “Ho sempre creduto che l’agricoltura sia non solo la più antica ma anche la più importante attività umana. E’ la base della cultura e della civiltà stessa”. 

Questa è l’occasione per approfondire quelle idee. Davanti al camino si sviluppa un lungo colloquio sui rischi mortali per l’ambiente creati da un modello di sviluppo non più sostenibile, e sulle strade da percorrere per garantire un futuro agli uomini. Concluso da Carlo d’Inghilterra con appello a noi italiani, un invito a non perdere quello che rende così speciale il nostro Paese: “L’antica saggezza, la capacità di capire che puoi fare della vita stessa una forma d’arte”. 

Principe Carlo

Quello che sta succedendo in questo Paese è che moltissime persone decidono di lasciare le città, dove hanno vissuto occupandosi delle cose più diverse, e finiscono per comprare piccoli appezzamenti di terra e iniziare attività di produzione agroalimentare, senza avere nessuna esperienza. Beh, questo è ancora più consolante in un’epoca e in una parte di mondo in cui la terra dedicata all’agricoltura si riduce sempre più.

Carlo Petrini

Come lei ha saggiamente sottolineato in una recente intervista alla Bbc, c’è una progressiva estensione del cemento, dell’asfalto. Nell’intervista lei si riferiva agli orti che una volta erano annessi alle scuole e che sono stati coperti da cemento. Ma in generale la terra, coltivata o no, è sempre di meno. 

Principe Carlo.

Esatto, è una tragedia in atto. Non riesco a rassegnarmi al fatto che si possano avere prospettive di così corto respiro. Si seguono le mode, senza riflettere, salvo accorgersi poi, venti o trent’anni dopo, che quella non era la strada giusta. Quello che mi spaventa oggi è che ci sono sempre meno possibilità di riparare il danno che facciamo e questa è la ragione per cui da trent’anni faccio quel che posso, andando contro le correnti, le mode…  Carlo Petrini. … e finalmente sembra che oggi siano in molti a darle ragione…  Principe Carlo. Come ho potuto constatare nel corso della mia vita, sfidare il pensiero “professionale” pensando in modi trasversali rispetto ai vari settori non è una scelta che ti rende particolarmente popolare. Cioè, se in qualche modo metti in discussione il modo convenzionale di guardare all’architettura o all’agricoltura, o alla medicina, o anche all’insegnamento e all’educazione, ti metti davvero in guai tremendi. In realtà tutto quello che sto cercando di dire da anni è: perché mai non possiamo guardare al quadro d’insieme invece di seguire la maniera convenzionale che vede ogni cosa in frammenti? E’ questa mancanza di senso dell’interezza, insieme ad una mancanza, penso, di connessione con la Natura e con il mondo intorno a noi, che ci sta causando terribili danni, uno dei quali è la perdita di terreni coltivati e non. Per questo la maniera stessa in cui costruiamo i posti in cui viviamo produce così tanti rifiuti e spesso bruttezza! Quello che non sopporto è proprio l’omogeneizzazione del mondo. Questo tipo di globalizzazione – una globalizzazione senza volto umano – fa sembrare le città tutte uguali e i tratti distintivi di ogni posto spariscono; si ha la sensazione di essere sempre nello stesso paese, e per giunta uno non particolarmente bello! 

Carlo Petrini

Nello stesso paese, e per di più brutto! Non è una bella prospettiva, l’idea che il mondo si uniformi ai livelli minimi. Fino a quando non si comprenderà il profondo legame che unisce le culture e le cosmogonie alle produzioni agricole e alla tutela dei territori, si parlerà di agrobiodiversità in modo incompleto e parzialmente inefficace. Quello che non smette di stupirmi è che in questa specie di susseguirsi di “mode” del pensiero, come lei le chiamava poco fa, ogni tanto succede che vengano alla luce concetti nuovi, apparentemente risolutori. Per esempio l’idea di “sviluppo sostenibile”. Sviluppo è una parola molto dura, senza sfumature, senza compromessi. Sostenibile è una parola dolce, che parla di rispetto e interdipendenza. Mettere insieme queste due parole spesso mi pare che sia come creare un ossimoro, apparentemente efficace dal punto di vista comunicativo, ma sostanzialmente vuoto. 

Principe Carlo.

Sì, e mi preoccupa. E’ per questo che voglio invece trovare la strada per farne uno strumento di reale cambiamento per le generazioni future. Anche se la parola “sostenibile” è usata da chiunque oggi, la mia esperienza è che troppo spesso significa “affari come al solito”, solo impacchettati nel linguaggio della sostenibilità. Ne ho continue conferme. Quando, circa trent’anni fa, ho iniziato a lavorare per un modo più integrato e olistico di guardare al mondo, sono stato in qualche modo ridicolizzato. Ora mi sembra che tutti usino le parole che io usavo allora. Ma a volte temo che la gente pensi che sia attraverso l’uso di un linguaggio diverso che si diventerà più sostenibili ed integrati… Nell’ambito dell’architettura, ad esempio, molti architetti ed urbanisti parlano di sostenibilità, ma troppo sovente non modificano davvero il loro approccio. Dobbiamo rivoluzionare il nostro modo di pensare all’ambiente, mettendo gli esseri umani al centro di quel che costruiamo. Se al centro del progetto delle città ci fossero i pedoni – gli esseri umani – invece che le automobili, creeremmo un ambiente più vivibile, civile, umano, a misura d’uomo. 

Carlo Petrini

Anche perché il problema va ben oltre le città, e torna, ancora e ancora, ad interessare le campagne: anche la produzione agricola sta entrando nella sfera di influenza delle automobili, nel senso che la produzione di carburanti sta diventando un problema che deve essere risolto da un’attività che è sempre stata – in linea di principio – finalizzata alle esigenze delle persone, non delle macchine. E non è solo un problema di impatto chimico sull’ambiente, ma anche un problema di democrazia ed equilibri internazionali. Il nord sviluppato è preoccupato perché sta finendo i carburanti fossili, mentre il mondo in via di sviluppo è preoccupato perché le risorse viventi di cui è depositario sono a rischio.  Principe Carlo. Prima di tutto il problemaè che nel mondo sviluppato noi sprechiamo una incredibile quantità di materia che invece potrebbe essere utilizzata – in questo paese un terzo del cibo prodotto! Ma poi sprechiamo anche i rifiuti, che invece potrebbero essere utilizzati per creare energia. Per cominciare dobbiamo concentrarci sull’efficienza energetica. Poi dovremmo ragionare sulla necessità di localizzare le produzioni di energia invece di continuare a pensare che tutto possa essere risolto grazie a enormi centrali. Gli esperti ci dicono che ci vogliono ancora almeno dieci-quindici anni per arrivare a produrre un combustibile davvero pulito, che sia l’idrogeno o altro. Ma c’è davvero un potenziale per l’utilizzo dei rifiuti, quelli urbani o quelli dell’agricoltura, per creare energia e compostaggio. Per esempio in Scozia sto cercando di favorire, nell’ambito di un’iniziativa che ho promosso per la nascita di un mercato degli agricoltori, un approccio integrato al modo in cui i rifiuti possono essere usati a beneficio dell’intera comunità. 

Carlo Petrini

Ancora una volta, questo è possibile solo se si considerano più cose contemporaneamente, se si guarda il quadro nel suo insieme e non solo nei dettagli. Non so se questo significhi, come lei diceva prima “mettere l’uomo al centro”; ho la sensazione che l’uomo abbia fin troppo messo se stesso al centro della natura e che questi siano i risultati. Ma sicuramente lei ha ragione quando dice che ci vuole un nuovo modo di considerare le cose, più complesso e multilaterale. Le sembra che ci sia davvero una scienza pronta per questo genere di rivoluzione? Mi pare una sfida importante… 

Principe Carlo

Io penso che se torniamo a prendere in considerazione alcuni principi fondamentali e senza tempo, ai quali l’umanità ha fatto riferimento per migliaia di anni nel modo di progettare e costruire, e se riusciamo a miscelare il vecchio con il nuovo, sarà tutto più piacevole ed equilibrato. Dobbiamo smettere di guardare il nostro mondo in modo frammentario – che è quel che ci ha portato alle crisi ambientali che fronteggiamo oggi. Abbiamo bisogno di vedere il tutto, e troppo spesso la scienza tende a vedere le cose un pezzo alla volta. Mi sembra che occorra un approccio più umano alla scienza, un approccio più equilibrato, che misceli la razionalità con l’intuizione, perché il genere umano è composto da entrambi questi elementi. Non possiamo considerare solo la parte razionale, buttando via e denigrando l’aspetto intuitivo del nostro essere. Dobbiamo ricominciare a sentire il nostro legame con la Natura.  Sul tavolino basso decine di libri sui più svariati argomenti sembrano i testimonial dell’idea di interdisciplinarietà e della necessità di dedicarsi al corpo, all’anima e al cervello con uguale attenzione: dagli acquarellisti canadesi ai più recenti report sullo stato dell’ambiente, ogni argomento sembra trovare il suo posto in salotto. 

Carlo Petrini

In questo il sistema educativo di ogni paese può fare molto. La nostra esperienza con le tante iniziative di educazione sensoriale, con gli orti scolastici, con i corsi per adulti e, naturalmente, con l’Università di scienze gastronomiche è che le cose cambiano davvero se le persone ricevono una diversa educazione, sviluppando diverse sensibilità. E non si tratta sempre di inventare nuovi sistemi, si tratta anche di rafforzare scambi di esperienze, di creare le condizioni perch� queste informazioni circolino, rivalutando le conoscenze locali. E per essere chiari fino in fondo, queste non sono solo considerazioni di carattere teorico e morale, o riflessioni astratte. Si tratta di rivitalizzare microeconomie locali, che si basano su quelle culture e su quelle conoscenze per costruire sistemi multifunzionali di produzione e di scambio che uniscono ai vantaggi di carattere strettamente retributivo anche quelli della cura del paesaggio, della gratificazione e dunque del benessere dell’individuo, della salute sociale, della democrazia, del rispetto: io penso che stia in questo insieme di risultati il vero significato della parola “sostenibilità”. 

Principe Carlo

Non solo: questo è anche il vero significato della parola “progresso”. Per qualche motivo è difficile convincere le persone che questa cosa qui è il progresso, perché pensano che occuparsi di queste cose significhi andare indietro. C’è una specie di paradosso in atto: da un lato c’è un crescente interesse sull’origine del cibo, su com’è stato fatto, quanto è sicuro, che storia ha e quali persone ha coinvolto. Dall’altro, al contempo, come si fa a convincere i giovani dell’importanza e della modernità di questo tipo di approccio, che guarda a un livello locale e regionale? Cerco di far comprendere ai giovani questo aspetto, ed è per questo che penso che è importante e utile la ricostruzione di quelle che un tempo in questo paese erano chiamate scuole-fattoria” (schoolfarms). Sì, ce n’erano tantissime: piccole fattorie annesse alle scuole dell’obbligo. Le abbiamo eliminate ed è stato un errore. Perché l’unico modo che i bambini oggi hanno di avere un contatto con il suolo, gli animali, la natura è quello. Ne ho la prova quando considero i risultati straordinari ottenuti in scuole con fattoria, dove questa vicinanza alla terra e agli animali ha avuto effetti straordinariamente positivi, specialmente sui bambini con difficoltà di apprendimento. 

Carlo Petrini

Ecco, penso che questo sia un argomento cruciale, quello di riavvicinare i giovani alla terra e alla natura non solo attraverso lo studio ma anche attraverso l’esperienza diretta. E credo che a questo si debba aggiungere l’importanza del viaggio, della scoperta di culture lontane; quando diciamo “giovani” non dobbiamo pensare solo agli studenti, agli universitari, ma anche ai giovani contadini, quelli che sono sempre più scoraggiati e dubbiosi sull’opportunità di fermarsi nelle loro terre a proseguire il lavoro che fanno, finché resistono, i loro genitori. Noi vediamo ogni due anni, a Terra Madre, per cinque giorni, la potenza, la straordinaria fertilità che questi contatti innescano. Se riusciamo a renderlo possibile per tutto l’anno, in tutto il mondo e in particolare a favore dei più giovani, allora possiamo davvero sperare che l’agricoltura di piccola scala ritrovi le energie e la vitalità e il potere di cui è stata defraudata in questi decenni. 

Principe Carlo

Ne sono sicuro, e per far questo bisogna capire il valore dell’incoraggiamento, della valorizzazione, dell’appoggio ai talenti. Non è necessario che siamo tutti buoni per l’accademia. Oggi questo paese ha un deficit di settemila artigiani: mancano le persone capaci di fare le cose, come la manutenzione dei palazzi antichi, per non parlare di quelle capaci di costruirne di nuovi in armonia con il paesaggio e l’identità di una determinata area, che è un altro tema che mi sta molto a cuore. Si tratta di far rivivere quelle doti artigiane che danno alla gente, ne sono sicuro, soddisfazione vera. Ora: come diamine si può immaginare che milioni di persone vengano allontanate dalla terra per seguire un modello industrializzato di agricoltura, un approccio monoculturale, come diamine si può pensare che tutto questo sia sostenibile? E come glieli procurerai tutti i milioni di lavori che serviranno per tutte quelle persone? E quelle persone come vivranno, in quali quartieri e in quali condizioni?  C’è un’alternativa a questo e l’ho vista nel Rajastan, in India. C’è un meraviglioso progetto, che un uomo notevole, Rajendra Singh, sta portando avanti da vent’anni. In questa ampia valle che scorre lungo il Rajastan c’erano cinque fiumi che avevano smesso di scorrere, la falda acquifera si era esaurita sino a una incredibile profondità, e c’era una povertà tremenda, disagi e degrado. Singh ha incoraggiato gli abitanti dei villaggi, le popolazioni locali, a ricostruire queste dighette tradizionali, lungo i canali che erano stati usati in India per millenni. Io sono andato a vedere, hanno costruito le dighe e dopo non molto tempo la falda acquifera ha iniziato a risollevarsi, e i fiumi hanno ricominciato a scorrere e i villaggi e le popolazioni locali nelle valli hanno potuto avere raccolti più abbondanti, e incrementare le produzioni animali. Ha avuto un effetto straordinario. Poi, certo, l’ultima beffa è stata che una volta che l’acqua è tornata a scorrere le industrie se ne sono impadronite senza pagare un centesimo alla gente che aveva lavorato per salvare l’ambiente. Però è una classica dimostrazione, secondo me, di come si possa riportare l’ambiente da una situazione di distruzione a una più produttiva.  Dovunque nel mondo stiamo causando danni inediti a causa di un approccio industrialista. Ancora, nel Punjab, dove la falda acquifera era sparita, hanno abbandonato tutte le loro tradizionali varietà di riso e legumi, sostituendole con ibridi moderni che hanno bisogno di grandi quantità di acqua e di chimica. E nel giro di venti o trent’anni questo è diventato un problema ambientale. E’ il motivo per cui sto cercando di creare una versione della mia azienda, Duchy Originals, in India, per lavorare con i contadini del Punjab e aiutarli a coltivare biologicamente e riparare i danni che la loro terra ha subito; perché riprendano a usare le vecchie varietà di semi, che hanno bisogno di meno acqua e sono di migliore qualità. Le rese non sono necessariamente così alte, ma i terreni si ricostituiscono e le falde acquifere si alzano. Non vedo come possiamo fare qualcosa di veramente sostenibile per il futuro, se non ci impegniamo a ritrovare questo equilibrio.  Il tempo scorre, lievissimi segnali di conclusione dell’incontro vengono trasmessi da minimi movimenti del personale. Fuori ancora pioggia, ma nella stanza il calore del fuoco si unisce a quello della passione del Principe per gli argomenti che più lo coinvolgono. La salvaguardia delle foreste pluviali, la necessità di far tesoro di ogni minima risorsa naturale, il timore che anche la produzione biologica prenda a modello l’industria. E poi ci sono altri progetti: “Sto cercando di realizzare un film sull’idea dell’armonia”, annuncia. Ha ancora voglia di cambiare il mondo. Offriamo un sorridente invito alla pazienza: “Con calma, slowly, faremo tutto”. Ma lui protesta, allegro: “No, non c’è tempo da perdere!”.  Ci saluta con un appello agli italiani, che arriva come una specie di augurio e di incoraggiamento: “Non perdete, ve ne prego, quello che rende così speciale l’Italia, questa antica saggezza e capacità di capire ciò che può rendere la vita stessa una forma d’arte. Questo è, secondo me, il più straordinario contributo che l’Italia ha dato al mondo per tantissimi secoli. E la migliore dimostrazione sta nel modo in cui trattate il cibo come una forma d’arte, il modo in cui producete questa meravigliosa e infinita varietà di prodotti, formaggi, salumi, per non dire delle straordinarie abilità artigiane in così tanti settori. Abbiamo bisogno di sicurezza culturale e spirituale, credetemi, non solo di biosicurezza; non possiamo separare questi elementi. Cosa ce ne facciamo della sicurezza alimentare se perdiamo le nostre anime?”.

Carlo d’Inghilterra: un manifesto per la terra “Come riportare l’uomo al centro”